DIARIO SEGRETO DI UNA GIOVANE GEISHA [Barisera]

aprile 6, 2009

Barisera_6 e 7 aprile 2009

Una cultura antica fuori dagli stereotipi occidentali

Mai (danza) e ko (fanciulla), fanciulla che danza, ovvero danzatrice, ma per voler essere ancora più precisi apprendista geisha. Nulla che ricalchi l’idea occidentale e ossessiva di una simil prostituta e della quale idea, in una porzione di testo, viene spiegata l’origine. Agli inizi del diciassettesimo secolo, un gruppo di ballerine guidate dalla giovane e vergine (così narra la leggenda) Izumo si esibirono lungo le rive del Kamogawa, vestite solo dei loro kimono di seta. La danza era talmente erotica e vivace che fu coniata anche una nuova parola formata da tre ideogrammi: ka (canto), bu (danza), ki (tecnica). L’impressione e le reazioni che le ragazze suscitarono sugli spettatori erano talmente eccessive che le autorità bandirono le donne dalle pubbliche esibizioni. A quel punto molte di loro cominciarono a lavorare nell’illegalità, altre ottennero protezione dai samurai ai quali concedevano esibizioni private. Da queste donne, un secolo dopo, sarebbero nate le prime geiko.

Oggi come in passato, il ruolo di geisha non è che la scelta di una professione e il frutto di una lunga preparazione che inizia nella prima adolescenza, un cammino formativo di almeno cinque anni in cui le ragazze apprendono gli antichi kouta (canti popolari), il ballo tradizionale, la cerimonia del tè, l’arte di saper conversare, in pubblico, ma anche di suonare strumenti come il tamburo a mano, il flauto giapponese e una particolare chitarra a tre corde, lo shamisen. Sotōri, la protagonista, è una quindicenne di Kyoto che in una lezione di disegno incontra la geisha Naoko e si innamora della sua statuaria bellezza. Decide così di voler emulare quella sensualità e raggiungere la perfezione dell’iki, ovvero rendere arte la propria vita. Dalle pagine del romanzo emerge in tutto il suo splendore, la saggezza di una cultura antica, delle leggende e del permanere delle tradizioni legate ai passaggi stagionali, agli intrecci di questi con la natura. Le cerimonie, i festival, i meeting sono organizzati e preparati dai singoli hanamachi, i distretti delle geisha, che in Kyoto sono cinque e si differenziano per tradizioni e simboli.

Vengono narrati con dovizia di particolari le differenti stoffe e gli strati che compongono i kimono, le lunghe pratiche di make-up o di acconciatura dei capelli e di come questi cambino a seconda del grado raggiunto dalla maiko. In fondo al libro c’è anche una guida turistica con un dettagliato elenco di feste e rappresentazioni (spesso sono annotati anche gli orari e il luogo di alcuni eventi). Interessanti i contributi fotografici che permettono di apprezzare la regalità del portamento di queste donne e il fasto e la sontuosità di alcuni usi, nonché gli ideogrammi che accompagnano alcune parole e ne spiegano l’origine e il significato.

I capitoli più avvincenti sono quelli che descrivono i cambiamenti intervenuti nel tempo e che permettono a queste donne di rendersi indipendenti dai loro padroni/mecenati i quali, in passato, si facevano carico della loro formazione e di tutte le spese del loro sostentamento nonché degli esorbitanti costi dei kimono e degli accessori.

Invariata e, forse, maggiore fonte del fascino di questa tradizione è che l’esibizione di una geisha è un evento non comune perché può esserne testimone solo chi appartiene all’esclusiva clientela delle teahouses o chi è abbastanza fortunato da riuscire a procurarsi un biglietto per le annuali rappresentazioni che si celebrano in primavera e in autunno.

Come si legge nella quarta di copertina: “Il cuore di un uomo è il cuore del Giappone e finché il cuore del Giappone batterà per una geisha entrambi sopravvivranno”.

Alessandra Nenna

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