第173回 鴨川をどり ~ 173a edizione della Kamogawa Odori

maggio 1, 2010

La danza di primavera, nel distretto di Ponto-cho (先斗町), si tiene presso il teatro del Ponto-cho Kaburenjō, dal primo al ventiquattro maggio di ogni anno.

Questo hanamachi ha avuto origine con la costruzione di cinque case tra i fiumi Kamogawa e Takasegawa: esso celebra la sua danza di primavera fin dal 1872.

La Kamogawa Odori è tra i festival più famosi dei cinque Gokagai tanto che ha attirato l’attenzione di personaggi internazionali come Charlie Chaplin e Jean Cocteau. Il distretto di Pontochō è sempre stato il più audace nelle sperimentazioni, elemento che emerge ancora oggi nell’inevitabile confronto con Gion, situato appena al di là del fiume. Il culmine dell’innovazione artistica fu rappresentato forse dal programma del 1936: Odori Tōkaidō (Ballando lungo la via Tōkaidō). Allora gli intermezzi di numeri da rivista addirittura roccheggianti suscitarono appunto i commenti entusiasti di Jean Cocteau, mentre Charlie Chaplin classificò la stravaganza con un più semplice interessante.

Le maiko Ichiraku, Ayano, Ichino, Mitsuna, Ichifuku e Shinajyu, fotografate da Onihide.

Ogni anno viene dunque messa in scena una nuova performance scelta nella grande varietà di storie giapponesi tradizionali. Lo show è diviso in due parti: la prima è dedicata a una piece teatrale suddivisa in molte scene, nelle quali vengono messe in evidenza le capacità recitative delle geiko, mentre la seconda è riservata alle esibizioni delle maiko in diverse danze indipendenti l’una dall’altra (fino al 1950 invece lo spettacolo rispecchiava lo schema della Miyako Odori con tutte le artiste che si esibivano insieme, sul palco).

La scuola di danza Inoue, appartenente al distretto di Gion, deriva dal teatro Nō. Essendo quest’ultimo un’antichissima arte che ha goduto sempre del favore della corte imperiale, le danzatrici di Gion si considerano superiori alle allieve di tutti gli altri distretti e soprattutto a quelle della scuola di ballo che si trova nel distretto di Ponto-cho, dall’altra parte del fiume Kamo, e che invece si ispira al Kabuki (歌舞伎). Come forma d’arte il Kabuki è relativamente giovane, non esisteva prima del secolo diciassettesimo, e fra i suoi estimatori c’era sempre la gente normale, più che la corte.

La parola Kabuki è formata da tre ideogrammi: ka (canto), bu (danza), ki (tecnica).

Le origini leggendarie risalgono ai primi anni del diciassettesimo secolo e fanno riferimento a danze (odori) eseguite, sulle rive del fiume Kamo, da un gruppo di ballerine guidate dalla intrigante Izumo no Okuni. All’inizio infatti il Kabuki era recitato solo da donne poi, in seguito ad una proibizione ufficiale per motivi di morale, venne interpretato solo da uomini anche per le parti femminili. Nell’era Genroku del periodo Edo (1688-1703), si affermarono degli attori specializzati in questi ruoli e vennero chiamati onnagata.

Secondo la tradizione, la pietra dello scandalo che provocò il divieto fu proprio l’affascinante Izumo no Okuni.

Il suo nome deriva dal fatto che ella sosteneva di essere una miko del Grande Santuario di Izumo, ma in realtà era solo una radiosa danzatrice e quindi, per definizione, una prostituta. All’epoca infatti le due qualifiche erano considerate sinonimi della medesima professione. La miko era la vestale, la sacerdotessa vergine consacrata alla divinità. Molti artisti di strada del tempo utilizzavano lo stesso espediente… Spacciandosi per monaci dei vari templi potevano infatti viaggiare indisturbati, per tutto il Giappone, con la scusa di dover raccogliere offerte agli dei. Forse, dopo i loro spettacoli, devolvevano veramente una parte dei guadagni ai suddetti templi ma, certo, non trascuravano i propri interessi. Non c’erano dogane o frontiere che potessero fermarli!

Si narra che nel 1603, quando la pace in Kyōto era stata appena ristabilita, Izumo allestì un palco all’aperto sulle sponde del Kamogawa (dove oggi sorge una statua a lei dedicata) e si esibì in un’originale danza insieme alle sue belle compagne di avventure.

Chiunque la vide ballare ne rimase folgorato! Dopo due secoli di guerra il popolo della città era assetato di distrazioni e nuovi piaceri e quelle splendide donne, ricoperte solo dai loro kimono di seta, erano davvero irresistibili. I pittori si fermarono a ritrarla, i musicisti suonarono i loro strumenti per accompagnarla e tutti gli altri si avvicinarono per ammirarla. La sua danza non era perfetta ma era vivace ed erotica, talmente straordinaria che per lei fu coniata una nuova parola: Kabuki. Probabilmente anche pensando al verbo kabuko (o katabuko) che significa inchinarsi e piegarsi, ma anche scherzare, essere sfrenato e oltraggioso nonché essere strano, essere diverso. Un verbo che si addiceva perfettamente a questa sfrenata danzatrice che, certo, non si piegava alle regole della società a lei contemporanea. Il ballo di Okuni dunque costituisce il primo seme del teatro Kabuki e anche dell’origine delle cortigiane e delle geisha. La fama della donna si propagò in tutto il paese e la troupe di intrattenitrici andò anche in tournè a Edo, esibendosi nel castello dello Shogun. Ma l’impressione che quelle ragazze suscitavano negli spettatori era talmente eccessiva e incontrollabile che, per evitare nuovi disordini, nel 1629 le autorità bandirono le donne dalle pubbliche esibizioni. Gli uomini che assistevano a tali spettacoli infatti erano interessati solo alla bellezza dei corpi delle ballerine, certo non alla loro arte, pertanto era diventato quasi impossibile frenare i loro selvaggi istinti.

A quel punto molte danzatrici iniziarono a lavorare nell’illegalità come prostitute.

Altre ottennero la protezione dei samurai ai quali concedevano esibizioni private o per i quali diventano delle istruttrici di musica e danza. E da queste donne, quasi un secolo dopo, sarebbero nate le prime geisha.

Il Kabuki fin dai primi tempi del suo sviluppo, mantenne forti legami col teatro dei burattini, il cosiddetto Jōruri (in seguito designato come Bunraku), infatti la struttura delle due forme espressive era analoga. Esso fu pertanto il modello teatrale favorito dei cosiddetti chōnin (abitanti della città), i membri della emergente classe borghese cittadina che comprendeva artigiani, commercianti e liberi professionisti. La novità di queste opere teatrali consisteva nella rappresentazione di fatti, solitamente drammatici, realmente accaduti. Anzi spesso tra l’evento e la rappresentazione trascorreva pochissimo tempo. Quindi la stessa messa in scena costituiva un vero e proprio mezzo di comunicazione che portava a conoscenza di un gran numero di persone gli accadimenti salienti della vita pubblica.

In pratica era come guardare un nostro moderno telegiornale in televisione: altrettanto utile ma decisamente più divertente.

Considerando l’origine del Kabuki si può, forse, comprendere meglio perché le geisha di Gion trovino impossibile paragonare la scuola di danza di Ponto-cho a quella Inoue.

Del resto è anche vero che la rivalità tra i vari hanamachi è sempre elegante ma inevitabilmente feroce!

Le maiko Ichiraku, Ayano, Ichino, Mitsuna, Ichifuku e Shinajyu, fotografate da Onihide.

Io, al contrario, sono una grande ammiratrice di questo tipo di rappresentazione teatrale. Il mio personaggio favorito è la sfortunata O-Iwa. E’ la protagonista del Tōkaidō Yotsuya Kaidan (La strana storia di Yotsuya sulla strada del Mare Orientale), un testo scritto da Nanboku Tsuruya e rappresentato nel 1825. La giovane e onesta O-Iwa viene avvelenata dal marito, che insieme a un complice l’ha anche orrendamente sfigurata, e riappare come fantasma per vendicarsi delle offese subite.

Quando l’imperatore e il governo si trasferirono a Tokyo, eletta a nuova capitale dell’impero, il governatore di Kyōto pensò di rivitalizzare il clima della città con una festa di primavera che avrebbe dovuto richiamare visitatori dall’intero Giappone e anche dall’estero. Le attrazioni principali erano le prime danze pubbliche delle geisha: a cominciare dalla Miyako Odori di Gion (etichettata nelle pubblicità inglesi come La Danza delle Ciliegie, poiché si teneva nella stagione della fioritura del sakura), per arrivare in seguito alla Kamogawa Odori di Ponto-cho e alla Kitano Odori di Kamishichiken. In effetti, al tempo della prima esibizione della Kamogawa Odori, non esisteva ancora un edificio adatto ad ospitare lo show. Una sala usata solitamente dai cantastorie venne trasformata in palcoscenico e il cortile di un tempio buddista adiacente diventò il camerino per le artiste. Centododici geisha si suddivisero in quattro gruppi e danzarono lì, a giorni alterni. Contemporaneamente continuarono anche ad intrattenere gli abituali clienti nelle rispettive o-chaya, rischiando l’esaurimento fisico e mentale. Il titolo di questo primo programma del marzo 1872 fu Miyako no Nigiwaj (Prosperità a Kyōto) e il successo sconfinato.

Ponto-cho sorge in una stretta via secondaria che corre tra Sanjō-dōri e Shijō-dōri subito a ovest del Kamogawa. Per apprezzarne appieno il fascino vale la pena di esplorarlo la sera, quando i tradizionali edifici in legno e le lanterne accese creano un’atmosfera avvolgente in cui sembra rivivere l’antico Giappone. Il nome Ponto-cho è derivato dal fatto che la parola giapponese kawa quando viene scritta nell’alfabeto fonetico può significare sia fiume sia pelle o rivestimento di qualcosa. In questo caso si fa riferimento alla pelle di rivestimento dello tsuzumi. Questo tamburo quando viene colpito produce un pon che suona come il nome Ponto-cho. Oppure il nome potrebbe nascere da una corruzione della parola portoghese ponto (corrispondente all’inglese point). In ogni caso la sua vera origine è ancora incerta.

Esso appartiene alla Scuola Onoe ed è un hanamachi davvero unico e popolare in quanto, in estate, offre ai suoi clienti la possibilità di essere intrattenuti negli yuka: i caratteristici patii in legno dei ristoranti e delle o-chaya lungo le sponde del fiume.

La Kamogawa Odori è rappresentata in maggio e aperta al pubblico: assolutamente uno spettacolo da non perdere.

In Autunno invece si tiene la Suimei-kai.

2 Responses to “第173回 鴨川をどり ~ 173a edizione della Kamogawa Odori”

  1. S Says:

    che splendida foto! *.*


  2. […] deviare, uscire dai ranghi – racconta sempre Bonaventura Ruperti – perché lo inventò una sacerdotessa esibendosi in canti e danze audaci. Così fu vietato alle donne. I ruoli femminili sono tutti […]


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