Bondage, shibari e kinbaku con Andrea de La quarta corda

ottobre 29, 2015

Chi sei e che cos’è La quarta corda?

Mi chiamo Andrea, sono un violinista, un esperto di formazione, di educazione sessuale e mi occupo di bondage giapponese. La quarta corda è quello che potremmo chiamare il mio progetto artistico: faccio corsi, performance, shooting, video, partecipo ad eventi sul tema. È un modo per esprimermi, per fare conoscere il bondage giapponese ed il modo in cui io lo faccio.

la quarta corda

Foto: Andrea Baccetti
Model: Arinel

Suonare sulla quarta corda è una modalità esecutiva che si può usare sul violino; significa suonare solo sulla corda del sol – la quarta appunto.

Ad esempio l’Aria dalla Suite in re maggiore di Johann Sebastian Bach è conosciuta anche come Aria sulla quarta corda perché un violinista ne ha fatto una versione da suonare in questo modo.

Visto che sono un violinista ma che lavoro con le corde anche in altri ambiti, mi piaceva usare questo nome che, pur non facendo riferimento al bondage, dà la possibilità di una doppia lettura.

Futomomo

Futomomo
Foto: La quarta corda
Model: coldeyes

Che differenza c’è tra bondage, shibari e kinbaku?

Dobbiamo innanzitutto tener presente che ognuno di questi termini abbraccia un mondo talmente vasto da rendere difficile ridurlo ad una definizione univoca.

Bondage è una parola inglese che significa schiavitù e, sebbene sia un termine abbastanza conosciuto, in realtà esso raggruppa un insieme di pratiche molto più vasto di quello che si pensa comunemente, comprendendo l’uso di manette, manufatti in pelle, pvc, barre divaricatrici, bende gessate e ovviamente anche corde.

Riguardo a quest’ultimo ambito, semplificando possiamo identificare due stili nel rope bondage, ovvero il bondage con le corde: il bondage americano o Western bondage ed il bondage giapponese o shibari, con entrambi i termini si indica la pratica del creare legature sul corpo di una persona, ma con approcci diversi.

Shibari in giapponese significa genericamente atto del legare. Le sue origini le troviamo nell’hojojutso (捕縄術), l’arte marziale che prevede l’utilizzo di corde per bloccare ed immobilizzare l’avversario. Ebbene, proprio questa arte, nella sua forma di hoshu hojojutsu (捕手捕縄術), fa parte delle diciotto abilità dei samurai (bugei juhappan, 武芸十八般); in quanto tale l’hojojutsu ha sviluppato tecniche di legatura per centinaia di anni e rappresenta un’importante base del moderno shibari/kinbaku. In seguito, intorno al 1700, queste tecniche hanno assunto una connotazione erotica quando si è iniziato a utilizzarle in ambito artistico in alcune scene del teatro kabuki o nella produzione di stampe a tema. È però solo nel periodo tra le due guerre – e più ancora nel dopoguerra – che, soprattutto grazie alla figura di Ito Seiu, lo shibari diventa una pratica a sé stante, connotata chiaramente in senso erotico e sadomasochistico. Si diffonderà infine in Occidente dopo la seconda guerra mondiale in seguito alla quale lo shibari sarà conosciuto prima negli Stati Uniti e di lì in tutto il mondo, determinando anche lo sviluppo di stili diversi.

Tra il bondage americano e quello giapponese ci sono alcune differenze: oltre a quelle tecniche, ad esempio cambiano i criteri estetici: il Western bondage predilige infatti principi occidentali di bellezza – in primis la simmetria o la perfezione formale – mentre lo shibari segue criteri estetici giapponesi, preferendo dunque l’asimmetria alla simmetria, ciò che è in divenire rispetto a ciò che è definitivo, la voluta imperfezione ad una vuota perfezione.

Inoltre nello shibari hanno un’importanza centrale aspetti come quelli della sofferenza, dell’esposizione, della vergogna, del controllo. Non si tratta di fare soffrire o di fare vergognare la persona legata; tutti questi elementi acquistano infatti significato se vengono eroticizzati all’interno del rapporto tra chi lega e chi viene legato, se diventano un gioco di sensazioni, se le corde sono un mezzo di comunicazione tra i due partner. In questo senso risulta più importante il come viene realizzata una legatura piuttosto che la legatura in sé, il percorso che si fa insieme rispetto all’esecuzione di una certa tecnica.

Kinbaku infine è un termine più recente la cui prima occorrenza scritta risale agli anni Cinquanta in Giappone. Esso significa legare stretto. Secondo alcuni maestri non esiste differenza tra shibari e kinbaku; secondo altri invece shibari sarebbe semplicemente realizzare delle legature in stile giapponese, mentre kinbaku farebbe riferimento al legare ma con in più la profonda connessione emotiva e tutti gli aspetti relazionali che si vengono a creare tra chi lega e chi è legato.

 

Il leggendario maestro Akechi Denki (明智伝鬼) disse, due settimane prima di morire:

“Svuoto la mente ed in questo modo le idee semplicemente arrivano a me, dall’interno o dalla partner con la quale sto lavorando. Alcune volte le corde si muovono da sole e le mie mani semplicemente le seguono e questa è sempre un’esperienza sorprendente. Io, semplicemente, scompaio. Lo shibari è sempre molto bello quando questo accade.”

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Foto:  Roberto Roto
Model: Valentina

Qual è il rapporto tra bondage e BDSM?

Bondage è la parola che costituisce la prima lettera dell’acronimo BDSM (Bondage, Dominazione/Sottomissione, Sadismo/Masochismo) anche se, come ho detto, essa comprende un insieme di pratiche più ampio delle sole legature fatte con le corde.

Poiché chi è legato cede parte della sua libertà a chi lega, è sempre presente una componente di sottomissione nell’atto di essere immobilizzati, ma essa, così come l’aspetto sadomasochistico, può essere declinata in mille sfumature; si può fare bondage con intenti erotici o solamente artistici, possiamo immobilizzare completamente il partner oppure lasciarlo parzialmente libero di muoversi, possiamo inserire la pratica in un rapporto di dominazione e sottomissione oppure no. Giocare con le corde deve essere innanzitutto piacevole; il carattere che poi può assumere questa attività dipende dal significato e dalle forme che ognuno gli dà quando lo pratica.

In particolare è l’immaginario del bondage giapponese ad essere caratterizzato dall’eroticizzazione di aspetti come la sofferenza, la sottomissione, l’umiliazione, il controllo ed è dunque strettamente legato al BDSM, anche se riesce a sviluppare questi elementi spesso in un modo molto raffinato giocando in maniera sottile con le emozioni e con le sensazioni che le corde possono dare.

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Foto:  La quarta corda
Model: Misaki-gyo

Dove, quando e come nasce il kinbaku?

Le origini del bondage giapponese sono da ritrovare innanzitutto nell’hojojutsu, una delle arti marziali utilizzate dai samurai che consisteva in tecniche di immobilizzazione con corde per neutralizzare un nemico o per legarlo per lunghi periodi. Nonostante il Giappone non avesse grandi risorse minerarie, manette e ceppi in ferro erano comunque utilizzati, ma la maggiore disponibilità ed il minor costo della corda la resero il sistema di restrizione più diffuso. Inoltre le legature dell’hojojustu richiedevano la conoscenza di un’arte, avevano un codice che permetteva di capire dalla legatura dove fosse stato catturato il prigioniero, quale fosse la sua classe sociale e quale il crimine commesso e infine erano belle da vedere, tutte caratteristiche che davano loro un valore aggiunto rispetto a una semplice catena. L’uso della corda aveva infine una forte valenza simbolica: venire legati era considerato assai disonorevole perché si riteneva che i nodi attirassero negatività. Le legature erano dunque il simbolo di una colpa e una fonte di vergogna, espressione di una mancanza nei confronti della comunità e di un disonore.

Un altro elemento che ha influenzato il moderno bondage giapponese è poi quello dell’uso di legature in alcune tecniche di tortura tradizionale, come la sospensione o la legatura a gambero, due forme che troviamo – ovviamente modificate e con scopi diversi – anche nel bondage moderno.

Come possiamo già vedere da queste prime eredità storiche, l’uso delle corde è strettamente legato all’idea di punizione, di tortura e di vergogna, elementi che permarranno nell’immaginario del bondage moderno ma riletti in chiave erotica.

La nascita di un gusto che eroticizzi le legature si diffonde soprattutto dal periodo Edo – in particolare dal Settecento – grazie al fatto che esse vengono utilizzate in alcuni drammi del teatro kabuki o raffigurate nelle stampe dette ukiyo-e. Motivi tipici di queste immagini potevano infatti essere una principessa legata in una scena teatrale o un personaggio femminile immobilizzato in una posa voluttuosa o persino, negli shunga – le immagini più marcatamente erotiche -, la raffigurazione di atti sessuali o di posizioni dello Shijuhatte  (四十八手) – il Kamasutra giapponese – che potevano prevedere anche l’uso di corde.

Shijuhatte

Ma la nascita del bondage moderno, inteso come pratica a sé stante, la dobbiamo soprattutto all’opera di Ito Seiu, un pittore, disegnatore, scrittore e fotografo vissuto nella prima metà del secolo scorso. È proprio Seiu a condensare le diverse fonti di ispirazione legate alle corde in un’attività specificatamente erotica e ad iniziarne la diffusione con le prime pubblicazioni private e con gli atelier che teneva nel suo studio.

La vera diffusione di questi hentai seiyoku – perversioni sessuali, come venivano chiamate in Giappone all’epoca – avverrà poi nel dopoguerra quando, nonostante le periodiche azioni di censura, le riviste dedicate ad interessi particolari inizieranno a pubblicare immagini e articoli dedicati allo shibari, raggiungendo un pubblico sempre più vasto. Le tecniche si evolveranno, si inizieranno a realizzare performance pubbliche, il bondage giapponese sarà conosciuto in Occidente e avrà sempre più diffusione.

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Foto: La quarta corda
Model: boiledbean

In Giappone lo shibari è praticato ancora oggi? Come vede questa pratica il giapponese medio?

Lo shibari, nel mondo della sessualità alternativa in Giappone, è uno degli aspetti più diffusi; esiste un grosso mercato di pubblicazioni fotografiche e video che va dalla pornografia ad un raffinato erotismo; inoltre nelle principali città e soprattutto a Tokyo esistono diversi locali dove è possibile seguire delle lezioni e dove si esibiscono importanti nawashi (maestri della corda) o dove ognuno può legare per conto suo.

Si deve tenere presente che i più importanti maestri di shibari risiedono ovviamente in Giappone e sia giapponesi che stranieri prendono lezioni da loro; tuttavia non dobbiamo pensare che tutti coloro che fanno bondage in Giappone lo pratichino a un buon livello o che sia un’attività molto più diffusa che in Occidente.

Il Giappone è infatti un paese dalle mille contraddizioni: da una parte le attività sessuali non subiscono un giudizio morale o moralista come in Occidente ma dall’altra lo shibari è comunque visto come un’attività particolare che fa insorgere un certo senso di imbarazzo anche solo a parlarne.

Se in Occidente il bondage è ancora relativamente poco conosciuto ma risente comunque di una certa volontà di sdoganamento, nel Sol levante l’immaginario legato al bondage – anche quello relativo alle sue origini storiche – è ben conosciuto ma rimane un argomento di cui ci si vergogna di parlare e che suscita hazukashi, vergogna, che è proprio uno dei sentimenti con cui chi lega può giocare – più che in Occidente – per eccitare chi viene legato.

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Foto: Niccolò Celesti

Dove si tengono corsi di kinbaku?

Oggi vengono tenuti corsi di bondage in molte città italiane, soprattutto del centro-nord; si va dai corsi base a quelli più avanzati e spesso vengono rigger stranieri in Italia per insegnare. Alcuni di questi corsi sono di bondage occidentale ed altri di bondage giapponese e tra questi ultimi ci sono maestri che pongono più o meno l’accento sugli aspetti emotivi, empatici, relazionali. Ogni rigger ha il suo stile e ognuno può trovare il tipo di workshop che gli è più congeniale, decidendo di seguire il maestro a cui più si sente affine.

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Foto: Niccolò Celesti

Che tipo di persone seguono i tuoi corsi e perché?

Il pubblico che mi trovo davanti ai corsi o che sceglie di fare delle lezioni private è davvero molto eterogeneo; penso di essermi imbattuto in ogni tipo di genere, orientamento sessuale, classe sociale, lavoro, ruolo, età, eccetera.

Ci sono coppie di amici, persone sposate, amanti, c’è chi si iscrive perché già fa parte del mondo del BDSM e vuole approfondirne questo aspetto, chi viene perché magari ha visto una performance o una foto su Internet, chi è intenzionato a imparare a legare per bene e chi invece è venuto per curiosità e magari dopo aver passato una giornata piacevole non toccherà più le corde.

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Foto: La quarta corda
Model: coldeyes

Perché tu fai bondage in stile giapponese e come è nata questa passione?

In realtà fino a non molti anni fa a me il bondage non interessava: sapevo fare qualche legatura, ma lo ritenevo noioso e preferivo altre pratiche riguardanti la cosiddetta sessualità alternativa. Poi, quando finì una storia sentimentale per me molto importante, sentii la necessità di qualcosa di diverso: è stato allora che ho scoperto le corde.

È stata una passione che mi ha conquistato subito e nella quale mi sono impegnato anima e corpo.

Mi sono orientato verso il bondage giapponese quasi subito, anche se poi ho via via affinato il mio gusto su quale stile fosse a me più congeniale, sia esteticamente che come approccio al modo di legare. Probabilmente in questo ha influito sia un certo interesse generico verso il Giappone – la sua arte, la sua lingua, il suo cibo – sia il mio carattere: probabilmente l’essere introspettivo, riflessivo e riservato mi ha fatto interessare a uno stile in cui gli aspetti più nascosti, relazionali, psicologici ed empatici sono molto importanti.

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Foto: Autt production
Model: Arinel

Quali sono stati i tuoi maestri?

Ho studiato con numerosi maestri occidentali e giapponesi, ma devo dire che il mio stile risente particolarmente di quello di Akira Naka, di cui ho seguito un workshop a Londra alcuni anni fa.

Recentemente ho poi approfondito la conoscenza dello stile di Yukimura – un famoso maestro giapponese noto soprattutto per il suo lavoro a terra basato sulla profonda connessione con la modella – prima studiando con Max Yukinaga a Copenhagen e quindi a Tokyo con Osada Steve e infine direttamente con Haruki Yukimura.

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Foto: Alessandro Di Grande
Model: Arinel

Cosa provi quando leghi?

Tempo fa mi è stato chiesto di scrivere che cosa sia per me il kinbaku ed in quella occasione mi sono reso conto di quanti aspetti si accavallino e si fondano tra di loro quando faccio bondage e di quanto sia difficile ridurre e spiegare con precisione un mondo così vasto, profondo e persino misterioso per chi non vi è addentro.

Innanzitutto c’è il contatto con l’altra persona, un contatto epidermico, che stimola tutti i sensi; quindi l’aspetto del controllo, il partner che viene immobilizzato, che si abbandona; poi il piacere nel sentire il respiro che si fa più profondo, nel vedere le espressioni del suo volto; infine l’aspetto tecnico e artistico della bellezza delle legature in sé e di un corpo che diventa ancora più bello, esaltato dalle corde, carico di emozioni.

Alla base di tutto c’è per me una profonda empatia: io e la mia partner siamo all’interno di una bolla, l’uno sente quello che sente l’altro, come se fosse dentro al corpo dell’altra persona. Fare corde è infatti un dono reciproco; quando vedo la mia partner gemere tra le corde in un misto di dolore, piacere, voglia di fuggire e al tempo stesso di rimanere, a volte mi meraviglio di quanto questo dono possa essere per entrambi impegnativo e coinvolgente.

Fare kinbaku è qualcosa di bello, che mi dà un senso di serenità, che mi fa chiudere gli occhi e sorridere al solo pensiero, un’esperienza profonda, complessa, viscerale e spossante ma anche un qualcosa di ineffabile che mi lascia dentro un profondo senso di benessere.

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Foto:  La quarta corda
Model: Lenticchia

Quanto tempo ci vuole per imparare a legare?

Con un corso base già si impara abbastanza per divertirsi con le corde, ma ovviamente imparare a legare è un cammino lungo e che richiede impegno. Si possono fare mille corsi – base, intermedi, avanzati, workshop con maestri occidentali e orientali – ma più di ogni altra cosa conta saper scegliere un buon insegnante, esercitarsi, informarsi, confrontarsi, non avere paura di fare domande, essere modesti e rispettosi.

A volte si sentono persone che millantano anni di esperienza ma magari prendono in mano le corde quando capita, fanno sempre le solite legature che hanno imparato da soli, non si confrontano con gli altri e non frequentano workshop; al contrario ci può essere chi si dedica al bondage da pochi mesi ma fa pratica spesso, va a lezione, si informa e cerca di migliorarsi e probabilmente sarà a un livello migliore.

Non conta dunque il tempo, ma l’impegno e la voglia di imparare bene.

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Foto: Cristian Lole
Model: Arinel

Lo possono fare tutti o servono caratteristiche fisiche particolari?

A meno di malattie o handicap particolari, tutti possono fare bondage con soddisfazione, chiaramente adattandolo ai propri gusti e alle proprie caratteristiche fisiche. La cosa bella delle corde è che ognuno può trovare il suo modo di legare – a terra, in sospensione, con uno stile più carezzevole o più deciso; l’importante è creare la giusta sintonia tra i partner e legare in sicurezza.

Un discorso diverso è invece farlo in performance e professionalmente; in questo caso è necessaria una buona preparazione atletica e un’ottima forma fisica. Così come tutti possono ballare ma per fare la ballerina professionista serve una preparazione adeguata, allo stesso modo si deve tenere presente che le performance di alto livello o le foto con legature estremamente impegnative sono realizzate da performer professionisti, preparati e con esperienza.

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Foto: Cristian Lole
Model: Arinel

Qual è secondo te il giusto atteggiamento da avere nell’avvicinarsi al bondage? Come viene presentato dai media?

Sicuramente in questo periodo il bondage sta riscuotendo un forte interesse, dovuto al fatto che se ne parla sui media, che spesso la pubblicità e la moda lo utilizzano per creare immagini ammiccanti e che a volte vengono realizzate dimostrazioni anche in manifestazioni che non fanno parte solamente del circuito degli addetti ai lavori.

Questa forma di sdoganamento ha degli aspetti positivi perché permette di fare conoscere la pratica, ma d’altro canto spesso se ne parla in modo superficiale, presentandola come un qualcosa di curioso e che fa notizia senza però darne una corretta chiave di lettura, oppure come una pratica piccante che si pensa possa piacere a tutti. In questo modo non si fa però altro che alimentare la solita superficialità e banalizzazione che riduce certi argomenti ad una battutina o ad un commento idiota su un social network.

Le varie possibilità di espressione del bondage fanno sì che lo si presenti a volte in modo troppo buonista, come una pratica esclusivamente artistica e assolutamente non compromessa da aspetti sessuali, sensuali o erotici, e a volte in modo troppo estremo, insistendo sulla sua pericolosità oppure mostrando immagini volgari. Il bondage ha sia degli aspetti artistici che erotici e fa riferimento a un’idea di sessualità più ampia di quella a cui siamo abituati a pensare; con sessualità infatti non si intende solamente l’atto del fare l’amore ma tutti gli aspetti relazionali tra due persone che, in questo caso attraverso le corde, comunicano a un livello profondo, provano sensazioni fisiche e creano un rapporto che può andare dal prendersi cura al rilassamento, dall’affettività all’erotismo e che può o meno prevedere anche il sesso.

Un altro rischio del presentare il bondage in modo approssimativo è quello di far credere che basti mettere delle corde su un corpo, magari riproducendo un tutorial che abbiamo trovato su Internet, per trasformarsi in un esperto di bondage oppure in un master o una mistress o per sentirci capaci addirittura di fare sospensioni. D’altro canto possiamo avere invece reazioni completamente opposte: proviamo a riprodurre una legatura che abbiamo visto in una foto avvolgendo semplicemente un corpo con delle corde e questa esperienza ci appare – giustamente – insipida.

Frequentare corsi e incontri dedicati al bondage non è una perdita di tempo e non ci fa apparire meno esperti: è invece l’occasione in cui poter imparare a legare bene, in cui avanzare di livello e in cui scoprire come usare le corde in un modo giusto ed appagante.

Ognuno può trovare piacere nel fare bondage ma il bondage non è per tutti: richiede impegno e umiltà, rispetto e consapevolezza del proprio livello, altrimenti si rischia di trasformare qualcosa di bello in un’attività noiosa, priva di significati o addirittura pericolosa.

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Foto: Iolanda La Rosa
Model: boiledbean

Che cosa consiglieresti a chi si avvicina al bondage?

Consiglierei di avere un giusto atteggiamento mentale, suggerimento che darei sia a chi lega che a chi viene legato.

Il giusto atteggiamento è quello che ci fa ritenere di avere sempre qualcosa da imparare, che non ci fa fare cose che non sappiamo fare, che ci fa sperimentare, che ci spinge a volerne sapere di più.

È quello che ci fa andare oltre al semplice ripasso a casa delle legature imparate a un corso o al prendere in mano le corde quando capita; è quello che ci spinge a informarci, a essere modesti, a partecipare alle discussioni sui forum, a guardare criticamente le foto che vengono postate su Internet, a riflettere sugli aspetti della sicurezza, a frequentare eventi, ad incontrare altre persone.

Così facendo ci formeremo un gusto personale che non ci fa apparire bella qualsiasi performance o foto per il semplice fatto che ci sono delle corde, ma impareremo a riconoscere una legatura ben fatta da una approssimativa, una performance di alto livello da uno spettacolino poco interessante. Ed anche il nostro livello migliorerà.

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