baika sai: il famoso Plum Blossom Festival che si tiene, ogni anno, il 25 febbraio presso il Kitano Tenman-gū (Kitano Shrine) in onore del santo patrono Michizane Sugawara. Egli nacque a Kyoto nell’845, in un’onorevole famiglia di letterati. Era diventato un funzionario di corte, durante l’epoca Heian, e dopo aver terminato gli studi nell’accademia nazionale iniziò, a sua volta, una sfortunata carriera da erudito. Prima fu elevato al rango di Ministro della Giustizia, grazie al favore dell’imperatore Uda, ma poi a causa della sua rivalità con un membro del potente clan Fujiwara fu bandito dalla corte. Condannato al ruolo di funzionario minore a Kyushu, finì i suoi giorni nella primavera del 903, all’età di soli cinquantanove anni, ormai disonorato e in completa solitudine. Dopo la sua morte però la capitale venne colpita dalla peste e dalla siccità. I figli dell’Imperatore si spensero tutti in rapida successione. La Shishinden (紫宸殿, la maestosa sala per le cerimonie di stato) del palazzo imperiale venne più volte colpita dai fulmini e la città fu devastata da alluvioni e uragani. La corte imperiale alla fine si convinse che le disgrazie erano provocate dallo spirito adirato del defunto esile e, per invocarne il perdono, eresse in suo onore il Kitano Tenman-gū ripristinando il suo titolo originario e dedicandogli il santuario. Egli era infatti un amante dei fiori di prugno. A soli cinque anni, ammirando uno di questi alberi nel giardino di casa, aveva scritto:

“Quale bellezza straordinaria possiede il rosso bocciolo del prugno, io desidero colorare la mia guancia con esso”.

Il disonore venne cancellato dal suo ricordo ed egli venne deificato come Tenjin-sama. Da allora molti altri templi scintoisti sono stati consacrati alla sua venerata memoria.

dango: una sorta di focaccina giapponese ricavata dalla farina di riso (mochiko). Solitamente, viene servita con il tè verde.

geisha (芸者; artista): la parola è composta da due caratteri giapponesi: sha (者), persona, e gei (芸), arte. Tipico del dialetto di Kyoto è il termine geiko (芸妓).

haiku: breve componimento di tre versi con cinque, sette e cinque sillabe che ben rappresenta l’essenzialità dello spirito Zen.

han eri: colletto di seta rigida, spesso preziosamente lavorato, che si pone tra il kimono e la lunga sottoveste.

hanamachi: città dei fiori (花街), il termine con cui si indicano i distretti delle geisha.

hinamatsuri: la Festa delle Bambole (hina) che si celebra il 3 marzo ed è dedicata alla bambine. Nel tradizionale hina-ningyō, sulla sinistra, viene messa una pianta ornamentale chiamata Ukon-no-Tachibana (un piccolo albero di mandaranci). Ukon significa appunto la parte destra perché guardando dalla prospettiva dell’Imperatore si trova sulla destra. Sulla nostra destra invece troviamo una pianta ornamentale chiamata Sakon-no-Sakura (un albero di ciliegio che può anche essere sostituito con un pesco). Sakon significa sinistra, secondo lo stesso criterio di prima. Vengono infine posizionati sull’altare dei minuscoli oggetti di uso giornaliero, tipici dell’aristocrazia nell’epoca Edo (1603 – 1867), quali uno specchio, un cesto del cucito, vari strumenti per la cerimonia del tè e anche un carretto (gissha). Le bambole, ancora oggi, sono ovviamente tutte vestite con gli abiti di corte del periodo Heian. Il costume dell’Imperatrice è il juuni-hitoe (abito a dodici strati). Il juuni-hitoe viene tuttora usato durante le cerimonie di matrimonio della famiglia imperiale. Anche la principessa Masako ha indossato il juuni-hitoe per le nozze con il principe ereditario (nel 1993). In queste occasioni i capelli vengono pettinati all’indietro, nello stile suberakashi, e un ventaglio in cipresso giapponese deve essere tenuto tra le mani. Un kit di bambole del genere è molto costoso, quindi spesso i nonni o i genitori regalano ancora un set alla propria bambina per il suo primo Hinamatsuri (hatsu-zekku) ma, dato che molti abitano in appartamenti poco spaziosi, la versione moderna con la sola coppia imperiale è diventata la più popolare. La bevanda tradizionale della festa è il amazake, un sake dolce e non alcolico derivato dal riso fermentato. E’ apprezzato anche l’arare, un tipo di cracker insaporito con salsa di soia. Gli Hishimochi (offerti alle bambole raffiguranti i due ministri di corte) invece sono dei dolci speciali costituiti da tre strati colorati di mochi (verde in fondo, bianco al centro e rosa in cima). Il rosa (o il rosso) rappresenterebbe l’allontanamento degli spiriti maligni, il bianco la purezza e il verde la buona salute. Secondo un’altra credenza però i tre colori simboleggiano uno scenario primaverile in cui l’erba verde comincia a crescere sotto la neve mentre i fiori rosa dei peschi iniziano a fiorire. Dopo la festa bisogna riporre velocemente le bambole nelle custodie, altrimenti la bambina non troverà presto marito. Il verbo katazukeru, mettere via, scritto diversamente può significare sposarsi: se si fa presto l’una accadrà presto anche l’altra cosa!

kaburenjō: il luogo d’incontro per ciascun hanamachi; di solito include un teatro, degli uffici amministrativi e la scuola per le geisha.

kagami mochi: si tratta di due dischi fatti con riso e sovrapposti l’uno sull’altro, quello che funge da base è più grande. L’uso del kagami mochi nelle occasioni festive risale all’era Engi (801-822): venivano offerti alle divinità e ai templi, ma anche posti dinnanzi a oggetti di valore per propiziarsi la buona sorte. I samurai li mettevano davanti alla loro scatola delle armi, le donne davanti agli specchi, i mercanti nella stanza in cui facevano i conti a fine giornata.

E’ proprio dal kagami mochi delle donne posto dinnanzi agli specchi (kagami) che deriva il nome di quest’offerta-decorazione.

L’11 gennaio il kagami mochi viene distrutto oppure mangiato, per donarlo agli dei, sempre rotto con una mano o con un martello di legno e mai con un coltello! Il gesto del tagliare ha un significato negativo in giapponese.

karyūkai: una metafora molto diffusa per indicare l’ambiente delle geisha, il mondo del fiore e del salice.

kouta (geisha song): letteralmente piccola canzone; vengono così chiamate le brevi canzoni tradizionali solitamente eseguite dalle geisha accompagnandosi con lo shamisen.

maiko (舞子; 舞妓): fanciulla che apprende l’arte della geisha. Letteralmente danzatrice in quanto mai (舞) significa danza e ko (子) fanciulla.

misedashi: il debutto di una nuova maiko e il suo rito di passaggio.

obi: fascia di seta rigida che si avvolge intorno al kimono.

obiage: letteralmente solleva obi, fascia di seta che sostiene la parte superiore dell’obi.

obidome: letteralmente ferma obi, cordone di seta che si avvolge intorno all’obi.

obijime: cordone che tiene a posto l’obi.

o-chaya (teahouse): qui principalmente le geisha e le maiko intrattengono i loro clienti.

okami: la direttrice e proprietaria di una okiya, anche chiamata okāsan (madre).

okiya (boarding house): sono così chiamate le geisha houses che addestrano e ospitano le giovani maiko, le allieve nell’arte della geisha.

okobo: alti sandali di legno. Sono le tipiche calzature delle maiko; sandali infradito di legno (spesso di salice) e altissimi, all’interno però sono cavi. Si chiamano anche pokkuri (onomatopea per il suono che fanno quando si cammina). A volte possono essere laccati di nero. Vengono sempre portati con i tabi, i tradizionali calzini bianchi cuciti in modo da dividere l’alluce dalle altre dita.

otakara: sono collegati ad una tradizione importante: l’Hatsu-Yume, il primo sogno dell’anno che si fa nella notte tra l’1 e il 2 gennaio. Per propiziare sogni favorevoli è usanza procurarsi dei foglietti di carta da venditori ambulanti (お宝売り, Otakaraori) che gridano per le strade: “Otakara! Otakara!”. Gli Otakara, grande tesoro, sono dei pezzetti di carta sui quali è scritto un palindromo, in kana, che si legge ugualmente anche al contrario: “Na-ka-ki-yo-no to-no ne-fu-ri-no mi-na-me-za-me, na-mi-no-ri fu-ne-no o-to-no yo-ki-ka-na!”. Significa: “Nel sonno della lunga notte ascolto ancora mezzo addormentato il rumore di una nave che si avvicina cavalcando le onde, oh, ma che bel sogno!”. La barca del sogno è la Takarabune, la nave del tesoro, che porta i famosi Shichifukujin (七福神, le Sette Divinità della Fortuna).

o-zashiki (tatami room): un party o un banchetto. Il termine è di solito usato dalle geiko per indicare i loro appuntamenti.

san-san-kudo: letteralmente tre volte tre, nove volte ossia tre serie di tre sorsi, uguale nove. E’ una cerimonia che consiste nel bere tre sorsi da una tazza di sake, condividendola con un compagno, ripetendo il gesto per tre volte con tre tazze una più grande dell’altra, in scala. Il tre è un numero indivisibile ed è considerato sacro. In pratica è una parte della tradizionale cerimonia di matrimonio giapponese ma per le geiko rappresenta il rito celebrato per unire una maiko alla sua onesan durante il misedashi.

tabi: tipici calzini di tessuto di cotone con suola rigida che s’indossano con il kimono, esistenti anche nella morbida versione in seta.

uchiwa: ventaglio di forma rotonda.

yuka: teahouses e ristoranti con pittoreschi patio in legno usati per intrattenere i clienti, aperti solitamente da maggio alla fine di settembre.

zōri: tipici sandali che si portano con il kimono.

6 Responses to “faq ღ”


  1. […] ora la domanda che mi preme porvi è un’altra: che cos’è una maiko? Posted by occhidaorientale Filed in YouTube Tags: 目, 見る, guardami, me, miru, […]


  2. […] e, spesso, si decorano gli alberi con questi come se fossero dei bianchi fiori. Dunque anche le maiko ritengono di buon auspicio indossare dei kanzashi che esibiscano simbolici mochibana (letteralmente […]


  3. […] Minarai (見習い) significa osservare ed imparare. E’ esattamente ciò che dovrà fare: comincerà ad apprendere l’arte del trucco tradizionale e dell’elegante abbigliamento delle maiko, accompagnerà la futura sorella maggiore agli o-zashiki (i party e i banchetti durante i quali le geisha si esibiscono), osserverà e imparerà, per prepararsi al misedashi. […]


  4. […] celebrazione si svolge presso il teatro Kaburen di ogni hanamachi e sancisce il ritorno al lavoro delle geiko e delle maiko (dopo la pausa delle […]


  5. […] ciò che accadeva in passato, quando il destino di una geisha era totalmente nelle mani della sua okāsan, oggi la serietà della professione è sancita dal kenban. E’ una sorta di albo professionale: […]


  6. […] tutti gli amanti del karyūkai, ecco le date dei nuovi debutti autunnali nel mio distretto favorito, il […]


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